Virtual Life

Eliver in the Matriz
Un racconto breve del ciclo della Kranio Enterprises

Era ormai notte fonda ma RUE – all’interno della sua casa furgone nei garage della Xander Enterprises – era ancora profondamente impegnata nelle solite conversazioni con il suo folto gruppo di amici virtuali. Lei però non li chiamava mai così: per lei erano i suoi amici e basta.

La sua vita come agente informatico era molto piena, ancora di più da quando aveva vinto, in una certa misura, la paura irrazionale che l’aveva costretta tra quattro mura per oltre venticinque anni. Ora usciva, di tanto in tanto, ma quelle brevi parentesi all’aria aperta non le davano mai la stessa sensazione di pienezza che invece provava quando trascorreva una serata sulla Virtual Rete, in compagnia del suo amico Albert, nel suo spazio personale. Incontrarlo online era diventata una piacevole abitudine, per lei. Si ricordava bene la prima volta che si erano incontrati di persona al Maze, il locale notturno del Kranio, datore di lavoro di Albert. L’idea di uscire all’aperto la spaventava ancora, ma nella tiepida oscurità fumosa del locale, RUE aveva subito riacquistato loquacità e sicurezza di sé. Quando era arrivata, si era guardata intorno un po’ smarrita, ma poi Joel le era andato incontro, accogliendola a braccia aperte nel loro piccolo club di hacker, piccoli malavitosi e killer a pagamento che era la banda del Kranio. RUE si era sentita subito a casa, insieme a loro. Dopotutto, era da un po’ che lavoravano insieme come un team affiatato, ormai, seppur sotto padroni diversi: gli obiettivi di David Xander, il potente uomo d’affari che le passava vitto, alloggio e collegamento alla Virtual Rete, e quelli del Kranio, negli ultimi tempi coincidevano sempre più spesso. Se non fosse stato che il Kranio gestiva una piccola attività di facciata per una articolata microimpresa criminale, la Xander li avrebbe anche potuti rilevare in blocco.

Joel Hausmann, infatti, era uno dei migliori hacker sulla piazza, braccato dalla PolUr e dalle Multinazionali; Albert Littlewall, il suo caro amico, era un tecnico informatico abile e raffinato e i due, messi insieme, avevano ormai messo a segno imprese di cui vantarsi. Ma solo con le persone giuste. A completare il trio c’era Maggie, bella e micidiale: era innamorata di Joel, ma i due non facevano che litigare e RUE si stupiva che lei, in una delle tante occasioni, non l’avesse già fatto fuori per sbaglio. Non la conosceva bene – Maggie non era una tipa che dava molta confidenza – ma RUE la trovava veramente formidabile, quasi come la sua collega Alexandra Hill.

– Oddio, chissà cosa starà combinando Alex – si chiese, distraendosi per un attimo dai suoi pensieri. La sua amica Alexandra era proprio sfortunata quando si trattava di uomini. Prima aveva buttato tre anni a languire per quel gran bastardo del suo capo, David Xander, poi quando aveva trovato l’uomo perfetto per lei se l’era lasciato scappare come una stupida e ora – ormai da qualche mese – si sbatteva con fatica per ricucire un rapporto appena nato e già pieno di cicatrici.

Almeno lei sa quello che vuole… pensò RUE, con un pizzico di invidia e di amarezza. Lei era da un po’ di tempo che non lo sapeva più, esattamente dal giorno in cui aveva conosciuto Albert di persona. Per la prima volta dal vivo, senza la calda sicurezza di un cavo a fibre ottiche a separarli, proiezioni elettroniche in un universo fatto di bit e visualizzato su un monitor a 40 pollici equivalenti, riprodotto da un visore a immersione totale.

Avevano trascorso così tanto tempo insieme sulla Grid che le sembrava di conoscere Albert meglio di chiunque altro. Erano così simili, loro due. Erano capaci di completare l’uno le frasi dell’altra, di cogliere oscuri riferimenti a cose note solo a una ristretta cerchia di iniziati, di ridere come pazzi per doppi sensi che solo loro capivano. Albert l’aveva portata in giro per la Grid a vedere i posti più incredibili, più misteriosi, più malfamati. Dopo ogni notte di scorribande sulla Virtual Rete, RUE se ne stava a letto a occhi aperti, a fissare il soffitto del suo furgone, ripensando alle cose incredibili che aveva visto, rese ancora più meravigliose dal fatto di averle condivise con una persona speciale. Ogni tanto Albert la portava anche dove non avrebbe dovuto, dentro spazi riservati alle sue attività sotto copertura per la Kranio Enterprises, per il puro gusto di farsi bello con lei delle cose che realizzava di nascosto, e che nessuno avrebbe mai dovuto vedere. RUE poteva capirlo alla perfezione: che gusto c’era a realizzare miracoli se poi non li vedeva nessuno? Il fatto che si trattasse di attività illegali non le dava nessun fastidio. Albert era uno che aveva stile, e lei poteva impazzire per un tipo così. Non si sarebbe accontentata di uno qualunque: RUE voleva un uomo che fosse tecnologicamente al suo livello, come minimo. Se invece, come nel caso di Albert, poteva anche insegnarle qualcosa, niente l’avrebbe potuta tenere lontana da lui.

O almeno così credeva.

Poi c’era stata la serata al Maze e il velo elettronico che li aveva divisi fino ad allora era caduto. Quella sera era successo qualcosa di strano, dentro di lei. All’improvviso nel suo cuore c’erano due Albert, che suscitavano in lei sentimenti ambigui, se non contrastanti. C’era l’Albert della Grid, quello che conosceva così bene, e c’era Albert Littlewall, quello in carne e ossa. Rue sapeva bene, a livello razionale, che si trattava della stessa persona, ma non riusciva a fare a meno di pensare a “loro” come a due entità differenti. Quanto pensare al primo la riempiva di curiosità e di voglia d’avventura, tanto pensare al secondo la riempiva di dubbi.

Quando erano scesi insieme nei sotterranei del Maze, mano nella mano, RUE aveva avuto un attimo di panico: la mano che stringeva la sua era quella di uno sconosciuto, gli occhi che la guardavano erano del colore sbagliato, oltre a essere nascosti dietro spesse lenti al titanio. Era partita così carica quella sera, elettrizzata dall’idea di dare finalmente un volto a una presenza ormai salda nella sua vita, ma dopo pochi minuti e dopo il primo goffo tentativo di Albert di passarle un braccio intorno alle spalle, a cena, l’unica cosa che era stata capace di fare era stata di supplicarlo di andare a connettersi alla Grid con le tute a immersione totale, per togliersi da quella situazione che sapeva di non riuscire a gestire. E nel momento in cui lei e Albert si erano materializzati sulla Grid, tutti i dubbi che la attanagliavano si erano dileguati. Ora lo riconosceva: la posa che assumeva quando stava in piedi, fermo, il modo in cui muoveva la testa e camminava.

Era quello Albert, quello vero, quello che viveva insieme a lei ore indimenticabili sulla Grid. Non il giovane dai radi capelli biondi che se ne stava sdraiato a un metro da lei nei sotterranei del Maze. Di quest’ultimo RUE non sapeva quasi niente, e forse neppure le interessava di conoscerlo. Andare al Maze di persona non era stata una buona idea, dopotutto…

“BARNEY RUBBLE IS ONLINE” visualizzò il suo schermo in quel momento e, come succedeva ogni volta, qualche secondo più tardi le arrivò la chiamata di Albert per raggiungerlo nel suo spazio personale. Scacciando dalla mente con uno sforzo l’immagine di un giovane biondo e con gli occhiali che le tendeva la mano con un sorriso timido, RUE accettò il teletrasporto e si smaterializzò dal suo spazio personale, con il cuore che già le batteva all’impazzata. Chissà dove l’avrebbe portata, quella sera, il suo incredibile amico Albert. Di una cosa era sicura: anche quella notte avrebbe fissato il soffitto, pensando con nostalgia alla sua seconda vita sulla Grid.

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