Traducendo scrittori affermati

In genere non mi piace criticare i miei “colleghi” scrittori, soprattutto quando si tratta di nomi illustri. La critica non ha senso, mi dico, perché loro vendono ziliardi di copie e questo significa che ciò che scrivono è un prodotto perfetto.

Spesso e volentieri, però, quando inizio una nuova traduzione o quando prendo in mano un particolare bestseller (che so, uno a caso, Twighlight), non posso fare a meno di chiedermi cosa succederebbe se prendessi il lavoro di uno scrittore importante – di quelli che in Italia sarebbero pubblicati a scatola chiusa, sborsando ziliardi di dollari di diritti – lo taroccassi un filo e lo mandassi per scherzo a un editore nazionale.

E la risposta che mi do è sempre la stessa: non mi pubblicherebbero.

Non penso affatto di scrivere capolavori, lo sapete, ma ormai – dopo tanti anni di gavetta – conosco bene quelle che sono le “regole” da rispettare, so cosa cercano gli editor in un racconto/romanzo quando devono selezionarlo, so cosa fa loro arricciare il naso e lanciare il manoscritto nel cestino della carta. Il setaccio che usano ha le maglie molto strette, e immagino sia giusto così.

Ma allora perché, prendendo a prestito quello stesso setaccio in cui siamo costretti a infilarci noi autori italiani facendo mille contorsioni, accade che molti dei romanzi e racconti degli scrittori affermati che dovrebbero restare impigliati scivolino agevolmente tra le maglie?

Un racconto senza idee resta tale, indipendentemente da chi lo firma.
O magari anche no.

Scusate la riflessione amara, è una giornata di pioggia.

6 thoughts on “Traducendo scrittori affermati

  1. milena debenedetti

    Ciao, Eli.

    Come non essere d’accordo? 😉 Ti capisco eccome.

    Non ho molto da aggiungere. Solo che anche quando, con triplo salto mortale e quadruplo avvitamento, le famose maglie le hai passate, ti vedi fare le pulci da lettori che si sentono in dovere/diritto di dire comunque qualcosa (mai nessuno, dico nessuno che si fermi al: mi e’ piaciuto, non mi e’ piaciuto, mi ha divertito…) e da aspiranti critici adolescenti che devono farsi belli,apparire originali e far risplendere i loro siti che neanche mastro lindo, con il brillante e arguto ingegno indefessamente devoto a stroncare il lavoro altrui.

    Ti chiedi tante volte: chi me lo fa fare, se non e’ per la fama, se non e’ per i soldi, se spesso significa subire critiche eccessive “aggratis”?

    Poi il giorno dopo sei di nuovo li’ a scrivere. Mah.
    Sara’ una malattia.

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  2. Izzy

    Per Milena: Da lettore che si diverte a commentare il lavoro degli altri, ti do la mia interpretazione. Al di là che ci potrebbe essere un po’ di invidia nei confronti degli autori editi, non vedo cosa ci sia di sconvolgente sul fatto che un lettore “pretenda” di dire la sua. Il bello della rete è questo. Mi sembra al contrario che sia troppo pretendere come autore di non essere criticato. I siti personali, come i blog, servono per dire quello che ci passa per la testa, no? È riduttivo dire che per la testa di un lettore il commento finale sia “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”. Inoltre, essendo la rete una comunità, ci si sente quasi in dovere di dire il perché.
    Io non credo sia sbagliato farlo, fintanto che si da ai passanti la possibilità di capire quali sono i gusti di chi commenta.
    Forse è anche una cosa sociale, il voler cercare il proprio momento di gloria. È un modo come un altro per dimenticarci la realtà quotidiana, in un paese dove anche i sogni sono inutili. Basta pensare proprio a voi autori editi, e a quanti scrittori cercano un editore non capendo che la loro vita comunque non cambierà. NOn siete ricchi, non siete famosi… La crescente “acidità” dei blog personali potrebbe rappresentare un malessere comune. In qualche modo ci si deve sfogare. Mi spiace per voi, ma dopotutto, se spendo 18 euro per un romanzo credo proprio di sentirmi in diritto di dire quello che voglio sul prodotto acquistato.
    ***
    per eliver: personalmente trovo indigesti quasi tutti i romanzi premiati con l’Hugo.

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  3. Sheldon Pax

    Milena, io non ho mai pubblicato nulla (nè credo che proprrò mai qualcosa ad un editore), qualcosina ho scritto, ha fatto il solito giro degli amici e magari uno o due mi dicevano anche qualcosa in proposito; in un paio di occasioni il dattiloscritto è tornato indietro con correzioni e note a matita. Alle ultime due persone le ho ringraziate, nonostante il mio ego avesse i lividi per la caduta. IMHO quelle che si dovrebbero fare sono le critiche costruttive (per me è critica anche un “mi è piaciuto, perchè…”). un “Mi è piaciuto!” secco a me non dice molto, al pari di un “fa schifo!”.

    Capitolo Blog. Ne ho uno in cui parlo per lo più di tecnologia e informatica, una spruzzata di “fatti miei” e un sacco di fantascinza tra recensioni di libri, telefilm, report di convention e altra roba. Ho così voglia di dire la mia? Diciamo che il blog è il mio salottino in cui posso discutere degli argomenti che m’interessano dando la possibilità di replicare a chiunque passi da quelle pagine (i commenti servono a questo). Che spreco sarebbe scriverci “ho letto il libro X di Y, edito da Z. Bello, 5 stellette”. basterebbe Twitter. invece scrivo perchè mi è piaciuto, se qualcosa non mi ha convinto, cosa secondo me doveva andare diversamente (ad Eli ho criticato il finale di Clipart, per esempio 😉 ), senza pretendere che l’autore, leggendo quello che è UN punto di vista, prenda appunti per la prossima volta.

    Comunque mi ritengo dispensato dal commentare/criticare i tuoi libri 🙂

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  4. milena

    Eh….:-(

    e’ evidente dalle vostre risposte che mi sono spiegata male. Quando si cerca di essere sintetici per non scrivere poemi invece di commenti (e io sintetica non lo sono mai), e soprattutto, quando si viene letti magari da persone che non ti conoscono, il risultato e’ il fraintendimento e una immagine sbagliata di se’.

    Chi mi conosce sa che sono apertissima alle critiche, qualsiasi critica, anche feroce, purche’ ragionevole e motivata. Sono tutt’altro che presuntuosa e anzi cerco avidamente pareri di lettura.

    Posso dire con sicurezza che nello sviluppare e correggere il mio ultimo romanzo ho avuto ben presenti i commenti ricevuti per il precedente e ne ho fatto tesoro, per quel che ho potuto.
    Lungi da me privare il lettore del sacrosanto diritto di commentare, anche aspramente!
    Mi riferivo a quel genere di critiche che si capisce abbastanza che sono pretestuose o basate su pregiudizi di fondo o buttate li’ tanto per fare l’originale e farsi notare. E’ in quei casi li’ che ti viene da sbottare, come reazione puramente emotiva: ma non potevi dire che ti e’ piaciuto o non ti e’ piaciuto e basta?
    Per finire, io conosco anche l’altra parte della barricata, cioe’ commentare o editare opere altrui. Vi posso assicurare che in tali casi ho sempre cercato di essere empatica con l’autore e di non offenderlo, ferirlo o sminuire il suo lavoro. Proprio perche’ so quanta fatica, impegno e passione costi lo scrivere.

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  5. milena

    Per cui, Sheldon pax, non sei affatto dispensato dal commentare/criticare i miei libri! 🙂

    E’ solo che quando si scrive da trentacinque anni qualche sfogo puo’ anche starci. O no?

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