Category Archives: Racconti

SF da mille e una notte

Il mercante e il portale dell’AlchimistaSul nuovo numero 55 della rivista Robot è uscita la mia più recente traduzione, “Il mercante e il portale dell’Alchimista” (The Merchant and the Alchemist’s Gate) di Ted Chiang, racconto vincitore del Premio Hugo 2008 e del Premio Nebula.

Una storia curiosa e molto ben costruita sui viaggi nel tempo e l’immutabilità del destino di un uomo, immersa in una atmosfera da mille e una notte, in cui il tema tecnologico sfuma nel magico dell’Alchimia grazie a una sorta di Stargate temporale.

Dal mio punto di vista di traduttore, è stato divertente cimentarsi con questo racconto e il suo stile condito da espressioni fiorite e magniloquenti, e invocazioni a Dio potente e misericordioso.
Diciamo che ogni tanto fa bene cambiare dieta 🙂

Sul lato, l’intrigante illustrazione per il racconto realizzata dal mitico Luca Vergerio.

ClipArt, una nuova recensione

Uno dei curatori di Galaktika mi ha segnalato questa nuova recensione dell’edizione ungherese di ClipArt:

http://www.ekultura.hu/mutat.php?cid=1686

Come sempre, potete cogliere il senso utilizzando il traduttore automatico WebForditas.hu

Inoltre, sto lavorando su una articolata intervista via e-mail sul romanzo, sempre per Galaktica: domande interessanti e molto precise, che stanno impegnando parecchio il mio cervello ancora in fase vacanziera.

E per concludere, ho in cantiere la traduzione del racconto premio Hugo 2008 di Ted Chiang, il cui titolo provvisorio è “Il mercante e il Portale dell’alchimista“, che sarà pubblicato in ottobre dalla rivista Robot.

Sul fronte Second Life non c’è gran che di nuovo da segnalare: a settembr, Mu permettendo, riprenderemo i reading domenicali di Douglas Adams.

Frammenti di novità

Il caldo va e viene, e dall’Ungheria è arrivata una scatola con 10 copie di ClipArt in lingua. Superfluo dire che ho cercato invano di apprezzare la quarta di copertina, la breve biografia dell’autrice e la traduzione di Hungry Light (Ehes Fény)… Presto manderò una copia autografata all’unico amico italiano che penso potrà apprezzare 🙂

Googlando in giro, ho trovato una Sikerlistak dove ClipArt è piazzato secondo. Se fosse una sorta di Top Ten sarebbe bello… ma non lo capisco 😦

A Fókusz Könyváruház szépirodalmi sikerlistája

Sul fronte letterario, per il resto, si muove ben poco. Stavo rimuginando di fare una versione audiolibro di Abba Nilani, ma come al solito non riesco ad accontentarmi di una qualità audio “amatoriale”, e non ho voglia di rimontare tutto l’ambaradan del podcast (microfono da broadcast, preamp, compressore e compagnia). Guardo il microfono incorporato dell’headset Sennheiser e penso che potrei usare quello. Poi penso che verrebbe male. Poi mi dico chissene… Per il momento, sono in una fase di en-passe.

Un altro mio racconto breve, Embargo, ancora inedito (a parte alcuni amici a cui l’ho letto in Voice in Second Life) potrebbe uscire su Urania, in coda a un romanzo non meglio specificato, in un mese non meglio specificato, tra la fine di quest’anno e l’anno prossimo.
Lo so, non è gran che come informazione, ma per il momento non so altro.

Le attività culturali su Second Life, dopo la grande serata di Charles Stross, languono un po’: molti degli amici del bookclub sono in vacanza, ma questa sera conto di portare a termine la lettura della Bottega dell’Impossibile. Per le domeniche noiose di agosto, e per chi avrà la forza di esserci, pensavo di proporre l’ascolto collettivo dell’audiolibro di ClipArt.
Vedremo. Intanto vado a farmi un giro: ci sono dei Connettivisti che cercano casa nel metaverso, e sto dando loro una mano per iniziare.

ClipArt è uscito in Ungheria!

ClipArt - La nuova copertina unghereseFinalmente ci siamo! Il mio romanzo ClipArt, vincitore del Premio Italia 2004, è sbarcato in Ungheria, tradotto da uno dei migliori traduttori dall’italiano (ma non solo: Bihari György ha tradotto da Asimov a Stephen King!) e con una copertina veramente interessante 🙂

Sono curiosissima di sapere cosa ne penseranno i lettori ungheresi di Galaktika, che hanno già apprezzato Origami. Certo, capire cosa diranno non sarà facile, ma ho già trovato un buon sito di traduzione automatica Ungherese-Inglese (e questo è un altro, pure meglio).

E resta sempre la speranza che il libro venga notato da qualche coraggioso editore russo 🙂

Di seguito qualche link in cui si parla del libro:

Non ce la faccio…

Non andrò a Reggio Emilia: la salute non mi aiuta, né l’ora tarda.
Dormirò altre 12 ore.
Spero che sia un sonno senza sogni.

Il Delos BookClub è ancora in ristrutturazione, come sempre ormai.
La parte Urban è andata via: era troppo vuota, troppo grigia e triste.
Ora al suo posto c’è un prato: vedremo che cosa diventerà.
Forse un auditorium all’aperto, per le presentazioni.

Ho ripreso in mano l’idea di scrivere un libro su Second Life: voglio che sia un libro corale, una raccolta di storie di vita vissuta. Ho tanti amici, conosco molte persone e sono sicura che avranno voglia di raccontarmi storie interessanti.

Probabilmente domenica 13 organizzeremo il reading della Guida Galattica, ma non è ancora confermato: aspettiamo notizie da Mu.

Burning Chrome

Quale modo migliore per chiudere le fantozziane vacanze di Natale 2008 che con un bel reading estemporaneo in voice sulla piazza di Parioli?

Ho letto alcuni racconti della raccolta “Burning Chrome” di William Gibson, quelli più brevi ma anche più densi: Frammenti di una rosa olografica e New Rose Hotel.
A parte qualche simpaticone di passaggio, il pubblico ha gradito: trentacinque persone si sono fermate ad ascoltare, intorno ai tavolini del ristorante.

Qualcuno ha scattato anche delle belle foto: la più interessante la potete vedere sul Flickr di Bruttagente.

Burning Chrome

The Doctor wears Valentino

A Doctor Who short story by Elisabetta Vernier

‘Let’s see. Italy-Italy-Italy… Yes! Italy!’ the Doctor declared, fiddling with the levers and switches on the Tardis console. ‘Two thousand and… something.’
TardisWith a satisfied smile, he listened as the Tardis groaned her way through space-and-time to reach her destination. Then, lost in thought, he ran his hands over his battered velvet coat.
‘Time to retire, my old friend’ he muttered with affection, poking a finger through a hole in the fabric inside his right pocket.
Hopefully, he would be in Milan just in time for the beginning of the Winter Sales season.

***

It was an unusually warm winter, even for Italy, and the January sky was clear blue, with thin streaks of white. In Milan, however, nobody seemed to care. The city buzzed with its usual frenetic business activity, and enjoying a beautiful morning was considered a waste of time. And money.
In Palestro Park, no one noticed the blooming trees, just as no one noticed an odd blue cabin materialising beside a large oak tree by the duck pond.

***

‘Oh, my god!’ Elisa whispered to herself, stopping abruptly to stare wide eyed at the life-size Tardis prop someone had built in Palestro Park. ‘I totally love it!’
But what in hell was a Tardis prop doing there?
Maybe the BBC is doing some external shots for the new series! Maybe…
Whatever the reason, Elisa couldn’t help but stare. She had to have a picture of herself with that awesome looking Tardis. So she looked around, in search of someone she could trust with her mobile phone.
At last, she spotted a familiar face. Well, familiar wasn’t the right word. She felt she knew him, but couldn’t place him clearly. He was lean and tall, with short wavy black hair, soft blue eyes and a full mouth in a pale face.
He was wearing a dark coat, and had a long scarf around his neck. A striped scarf.
Ewwww… Where did he get that? She thought, cringing with aesthetic disgust.
But who was he? She knew she was terrible at recognizing people.
Was he a co-worker of hers? Nah. A TV journalist, maybe. No, not a chance.
‘Well, whatever’ she told herself, and joined him on the shore of the duck pond.
He was feeding the ducks with lazy gestures.
‘Hey’ she said. He turned to face her. His eyes were both kind and sharp.‘Could you please take a picture of me with that…’
The word Tardis stuck in her throat like a fish bone.
In her mind, a face and a name had suddenly clicked together. Paul McGann.
That was it! So the BBC was really filming something incognito! But why the Eighth Doctor and not Ten?
She realised she was still staring at him, caught in mid sentence, and blushed.
‘I’m so… so sorry, sir’ she stammered in English. ‘I didn’t mean to bother you, Mr McGann. I didn’t realise it was you. I’ll just be…’
The British actor looked slightly amused.
‘Excuse me, miss. What did you just call me?’ he inquired, very politely.
Oh, god. He was so British she could faint.
‘Mr McGann’ she repeated, in a small voice. ‘You are Paul McGann, the actor, right? I mean, the Eighth Doctor, you know…’
At that, the man looked deeply puzzled.
‘The Doctor?’ he asked, frowning. ‘You know about the Doctor?’
‘Of course I know the Doctor!’ she replied, feeling a little offended.
Ok, Doctor Who fans weren’t that many in Italy, but they knew their Doctors and companions, just like any other fan would. And she was a true fan.
The man gave her a concerned look.
‘Well, miss… What is your name?’
‘Elisa.’
‘Well, Elisa. I’m afraid I’m not who you think I am’ he said, studying her.
‘Yeah, right’ she said, smiling. ‘Don’t worry, I won’t tell the press.’
He dropped the last breadcrumbs in the water.
‘I see you’re not easily convinced’ he said, crushing the small paper bag in his elegant hand. ‘Follow me, then. Shops open in ten minutes and I wouldn’t want to be late.’
She followed him without thinking. She’d be late for work, but she couldn’t care less.
She was going shopping with the Eighth Doctor!

***

At 9:00 o’clock, Via Montenapoleone was packed with tourists, queuing outside the flagship stores of the most famous Italian fashion brands.
It was a strange thing, fashion. The Doctor had changed his own personal tastes so many times, but he could hardly remember wearing anything else than his beloved velvet coat.
Actually, his beloved velvet coat, retired.
The dark grey coat he was wearing – something he had dug out of the Tardis wardrobe – had belonged to one of his previous selves: elegant, yes, but way too formal. He had been so bored by his own reflection he had grabbed his ancient coloured scarf, to add a touch of personality. The result was puzzling: he looked like some sort of overgrown version of Harry Potter. And apparently, he also looked like someone else, this Paul fellow Elisa had mistaken him for. An actor, she had said.
An actor playing the Doctor. Playing… me! he thought, both amused and offended by the idea of being the star of some TV show.
How did it happen? How come he had never noticed? And, above all, how much did these people really know about him and the Time Lords? He had spent quite some time on Earth, but this TV show matter was absolutely new to him. Could it be dangerous?
The young Italian woman he had met in the park was queuing with him in front of the Valentino shop, too embarrassed to start a conversation. She kept shifting her hazelnut eyes on and off of him, afraid to be caught staring. From time to time, her freckled face blushed slightly.
‘Tell me more about this actor who looks like me. He plays the Doctor, right?’ he asked, to ease her embarrassment. Besides, he was really curious about his fictional self.
Elisa stood silent for a moment, thinking.
‘Yes… and no’ she explained at last, looking uneasy. ‘Well, he used to. Not anymore. He regenerated.’
‘He-did-what?’ barked the Doctor, raising his voice a little more than he meant to.
The young woman went pale. She was probably beginning to realise he wasn’t him, after all, and that she was shopping with a total stranger.
‘The Doctor, he… he regenerated. Twice. He looks different now.’
‘How different?’
‘Very different’ she said. ‘Tall skinny Scottish guy, with freckles. Funny hair. Big teeth.’
‘Teeth?’ he repeated, distractedly running his tongue over his own quite remarkable set of teeth. ‘But it’s impossible! It never happened. It’s all wrong!’
She frowned slightly.
‘Wrong? Why? Are you an Eccleston fan?’

***

One hour later, they had almost reached the top of the queue.
In the meantime, Elisa had updated the guy she stubbornly thought of as “Paul” about the last ten years of Doctor Who. She was puzzled by how little he seemed to know: she knew the actor hadn’t been much into the whole Who thing, but she wasn’t prepared for his abyssal ignorance.
He seemed oddly interested, though, and she liked that.
However, when he asked about the early days of series, she had to give up and admit her own ignorance. As a matter of fact, her knowledge about the Doctor started with the 1996 movie. First to Seventh Doctors were still a complete mystery to her.
No, wait. Seventh was the Bilbo-Baggins-looking guy, McCoy, the one who died in surgery.
‘So, who created the Doctor?’ he asked her again, with an intense look on his face. ‘When did it happen? Where?’
‘I’m really sorry, Paul’ she said, tasting the sound of his first name.‘Can’t help you with that. We could check on Wikipedia, if you like.’
‘Stop calling me that, please?’ he pleaded. ‘Call me John, if you have to. John Smith.’
She couldn’t resist his begging eyes. Besides, the Doctor’s alias fitted him well.
‘Sure’ she replied, with a smug smile. ‘So, what are you planning to buy, John?’ she asked, changing subject.
‘Buy?’ he asked, like he had just landed from another planet. Actors were strange people.
‘Oh, riiiiight! Shopping! Valentino!’ he remembered, at last.
‘Yes, that’s why we’ve been queuing here for the good part of an hour, I suppose’ Elisa said, hoping he wouldn’t change his mind. If she had to lose a day’s work, she wanted it to be for a good cause. Like helping Pau… – no, John – choose some superstylish new Valentino suit.
‘A business suit, maybe?’
John wrinkled his nose, faking disgust.
‘No thanks, not for me’ he replied. ‘I need a new coat. And I like velvet.’
‘Wait a minute. Did you just say velvet?’ she asked, with sincere surprise. ‘But I thought you hated the Eighth Doctor’s costume! You said it yourself, more than a couple of times, in interviews. You hated the costume, as much as you hated the wig!’
‘Wig?’ he pressed her, looking truly horrified now. ‘What wig?’
Then their turn came, and a beautiful waitress helped them inside.

***

The Doctor glanced at his own reflection.
The violet velvet coat suited him perfectly. Waist, shoulders, lapel: everything was absolutely wonderful.
‘Pleeeeeease!’ moaned Elisa, sitting on a small couch near the mirror. ‘You look like… Elton John! And old, as well.’
‘I am old’ he replied, with a tired smile.
‘Oh, stop it!’ she said, waving her hand at him. Then she rose and went straight for the waitress.
Mi scusi’ she addressed her in Italian, not knowing the Doctor could understand her just as well. ‘Could you please bring us something that doesn’t look so… old style? Forget velvet. Bring us something… leather. And bring a sweater. Cachemire. Make it dark green, V-neck.’
The Doctor listened, surprised by that outburst of creative thinking. Maybe he should trust her and see what happened. After all, he still had plenty of time to investigate the whereabouts – and whenabouts – of the man who created his fictional self.
When the waitress came back with an armful of clothes, Elisa welcomed her with a huge smile.
‘Try and see!’ she told him, then she left.

***

When she re-entered the small room, he was standing in front of the mirror, looking…
‘Fantastic!’ she cried, holding her fists against her cheeks. ‘Totally, absolutely fantastic!’
He turned to face her, looking amused.
‘Not bad’ he admitted. ‘Quite different from my usual style, but not bad at all.’
She made an “I told you so” face.
‘It’s Valentino.’
So much for the striped scarf and the violet velvet coat, she thought, chuckling. Now we’re talking!
‘Shall we go, now?’ he said, taking out his credit card. ‘Wikipedia calls!’

***

‘There, you see?’ Elisa said, pointing at the screen of her notebook PC. It was lunch time and her office was empty and silent. ‘Wikipedia says Doctor Who was created in 1963 by three guys at the BBC named Sydney Newman, C. E. Webber and Donald Wilson. The show went on from 1963 to 1989, for 26 seasons, then it was cancelled. It was brought back in 1996 by Philip Segal, for the American movie… That’s where you came in.’ She paused, blushing. ‘I mean, that’s when Paul came in.’
‘The actor who looks like me.’
‘Yep’ she answered, clicking on the actor’s name to bring up a photo. When it loaded, the Doctor felt like looking in a mirror. He and Paul could have been twin brothers. It was too much to be a coincidence. Something must have happened in the past. Someone must have seen him and his Tardis, first in the Sixties -as an older self – and then again in the early Nineties, in his present body.
‘1996, you said?’ he repeated, thoughtful. ‘Where? London?’
‘Let me check’ she replied, scrolling the webpage. ‘It says Segal tried to bring the show back around 1994. He was British but worked at Columbia Pictures, in the US. Hollywood, I’d guess.’
‘Hollywood, 1994’ mumbled the Doctor, trying to recall that period in Earth’s history. ‘Ah, yes! Schindler’s List won the Oscar for best movie, and the Lion King opened… What a year! I love the Lion King!’
‘Oh, me too!’ she replied, her face lighting up with excitement. But not for long.
All of a sudden, the Doctor stood up as if a bell had just rung in his mind.
‘Forgive me, but I’ve got to go now.’ He picked up his new jacket, ready to leave. ‘Business calls.’
‘Oh, I see.’ she replied, giving him a sad look. ‘Time to leave. Where to, if I may ask?’
‘Hollywood, 1994!’ he answered, with a mysterious smile. ‘Then, of course, London, 1963. Again.’
He took a step, then turned back and held out his hand to her.
‘How about some real space-time travelling with the Doctor in his new fantastic Valentino jacket?’
Elisa’s jaw hit the floor with a loud thump.

***

Some time later, the Tardis rematerialised under the oak tree in the park.
‘Here we are, back to where we came from’ the Doctor said, stepping out of his blue cabin.
‘Except for the fact that you erased Doctor Who from history!’ she complained, sulking. ‘It’s my favourite TV show, and now it’s like it never existed!’
‘It was never meant to exist. It’s for the best! Those guys at the BBC knew too much about me: it was dangerous. I had to do it. To protect me, but most of all, to protect you. You humans, I mean.’
‘I’ll be your n.1 fan, now’ she said, looking both happy and sad. ‘The only one, actually…’
‘Oh, come on! Why the sad face?’ he said, trying to cheer her up. ‘This world doesn’t know the Doctor, but you still do! And you’re not the only one. Who cares about a fictional hero, when you’ve seen the real thing?’
He flashed her one of his best, dashing grins.
‘C’mon, let’s take that picture and make sure you won’t forget about me’ he added, grabbing her hand and dragging her towards the Tardis. ‘Give me your mobile phone, quick!’
She took out her small phone from her purse, hesitated for a moment, then handed it to the Doctor.
He fidgeted on it with his sonic screwdriver and positioned it onto a bench, a few metres from the Tardis.
Then he ran back to her, wrapping quickly one arm around her shoulder.
‘Say cheeeese’ he teased her, then pressed a button on his screwdriver.
The camera phone, now remote-controlled, clicked softly, recording the scene for posterity.

***

Later that day, Elisa stared at the screen of her mobile phone.
The Doctor, in his Valentino jacket, looked dashing. He was gone, now, but he was real.
And she knew there were still a few fans out there, waiting for him to come back.
I’ll find them, Doctor. You bet I will.
She put down her phone and opened Google.

Virtual Life

Eliver in the Matriz
Un racconto breve del ciclo della Kranio Enterprises

Era ormai notte fonda ma RUE – all’interno della sua casa furgone nei garage della Xander Enterprises – era ancora profondamente impegnata nelle solite conversazioni con il suo folto gruppo di amici virtuali. Lei però non li chiamava mai così: per lei erano i suoi amici e basta.

La sua vita come agente informatico era molto piena, ancora di più da quando aveva vinto, in una certa misura, la paura irrazionale che l’aveva costretta tra quattro mura per oltre venticinque anni. Ora usciva, di tanto in tanto, ma quelle brevi parentesi all’aria aperta non le davano mai la stessa sensazione di pienezza che invece provava quando trascorreva una serata sulla Virtual Rete, in compagnia del suo amico Albert, nel suo spazio personale. Incontrarlo online era diventata una piacevole abitudine, per lei. Si ricordava bene la prima volta che si erano incontrati di persona al Maze, il locale notturno del Kranio, datore di lavoro di Albert. L’idea di uscire all’aperto la spaventava ancora, ma nella tiepida oscurità fumosa del locale, RUE aveva subito riacquistato loquacità e sicurezza di sé. Quando era arrivata, si era guardata intorno un po’ smarrita, ma poi Joel le era andato incontro, accogliendola a braccia aperte nel loro piccolo club di hacker, piccoli malavitosi e killer a pagamento che era la banda del Kranio. RUE si era sentita subito a casa, insieme a loro. Dopotutto, era da un po’ che lavoravano insieme come un team affiatato, ormai, seppur sotto padroni diversi: gli obiettivi di David Xander, il potente uomo d’affari che le passava vitto, alloggio e collegamento alla Virtual Rete, e quelli del Kranio, negli ultimi tempi coincidevano sempre più spesso. Se non fosse stato che il Kranio gestiva una piccola attività di facciata per una articolata microimpresa criminale, la Xander li avrebbe anche potuti rilevare in blocco.

Joel Hausmann, infatti, era uno dei migliori hacker sulla piazza, braccato dalla PolUr e dalle Multinazionali; Albert Littlewall, il suo caro amico, era un tecnico informatico abile e raffinato e i due, messi insieme, avevano ormai messo a segno imprese di cui vantarsi. Ma solo con le persone giuste. A completare il trio c’era Maggie, bella e micidiale: era innamorata di Joel, ma i due non facevano che litigare e RUE si stupiva che lei, in una delle tante occasioni, non l’avesse già fatto fuori per sbaglio. Non la conosceva bene – Maggie non era una tipa che dava molta confidenza – ma RUE la trovava veramente formidabile, quasi come la sua collega Alexandra Hill.

– Oddio, chissà cosa starà combinando Alex – si chiese, distraendosi per un attimo dai suoi pensieri. La sua amica Alexandra era proprio sfortunata quando si trattava di uomini. Prima aveva buttato tre anni a languire per quel gran bastardo del suo capo, David Xander, poi quando aveva trovato l’uomo perfetto per lei se l’era lasciato scappare come una stupida e ora – ormai da qualche mese – si sbatteva con fatica per ricucire un rapporto appena nato e già pieno di cicatrici.

Almeno lei sa quello che vuole… pensò RUE, con un pizzico di invidia e di amarezza. Lei era da un po’ di tempo che non lo sapeva più, esattamente dal giorno in cui aveva conosciuto Albert di persona. Per la prima volta dal vivo, senza la calda sicurezza di un cavo a fibre ottiche a separarli, proiezioni elettroniche in un universo fatto di bit e visualizzato su un monitor a 40 pollici equivalenti, riprodotto da un visore a immersione totale.

Avevano trascorso così tanto tempo insieme sulla Grid che le sembrava di conoscere Albert meglio di chiunque altro. Erano così simili, loro due. Erano capaci di completare l’uno le frasi dell’altra, di cogliere oscuri riferimenti a cose note solo a una ristretta cerchia di iniziati, di ridere come pazzi per doppi sensi che solo loro capivano. Albert l’aveva portata in giro per la Grid a vedere i posti più incredibili, più misteriosi, più malfamati. Dopo ogni notte di scorribande sulla Virtual Rete, RUE se ne stava a letto a occhi aperti, a fissare il soffitto del suo furgone, ripensando alle cose incredibili che aveva visto, rese ancora più meravigliose dal fatto di averle condivise con una persona speciale. Ogni tanto Albert la portava anche dove non avrebbe dovuto, dentro spazi riservati alle sue attività sotto copertura per la Kranio Enterprises, per il puro gusto di farsi bello con lei delle cose che realizzava di nascosto, e che nessuno avrebbe mai dovuto vedere. RUE poteva capirlo alla perfezione: che gusto c’era a realizzare miracoli se poi non li vedeva nessuno? Il fatto che si trattasse di attività illegali non le dava nessun fastidio. Albert era uno che aveva stile, e lei poteva impazzire per un tipo così. Non si sarebbe accontentata di uno qualunque: RUE voleva un uomo che fosse tecnologicamente al suo livello, come minimo. Se invece, come nel caso di Albert, poteva anche insegnarle qualcosa, niente l’avrebbe potuta tenere lontana da lui.

O almeno così credeva.

Poi c’era stata la serata al Maze e il velo elettronico che li aveva divisi fino ad allora era caduto. Quella sera era successo qualcosa di strano, dentro di lei. All’improvviso nel suo cuore c’erano due Albert, che suscitavano in lei sentimenti ambigui, se non contrastanti. C’era l’Albert della Grid, quello che conosceva così bene, e c’era Albert Littlewall, quello in carne e ossa. Rue sapeva bene, a livello razionale, che si trattava della stessa persona, ma non riusciva a fare a meno di pensare a “loro” come a due entità differenti. Quanto pensare al primo la riempiva di curiosità e di voglia d’avventura, tanto pensare al secondo la riempiva di dubbi.

Quando erano scesi insieme nei sotterranei del Maze, mano nella mano, RUE aveva avuto un attimo di panico: la mano che stringeva la sua era quella di uno sconosciuto, gli occhi che la guardavano erano del colore sbagliato, oltre a essere nascosti dietro spesse lenti al titanio. Era partita così carica quella sera, elettrizzata dall’idea di dare finalmente un volto a una presenza ormai salda nella sua vita, ma dopo pochi minuti e dopo il primo goffo tentativo di Albert di passarle un braccio intorno alle spalle, a cena, l’unica cosa che era stata capace di fare era stata di supplicarlo di andare a connettersi alla Grid con le tute a immersione totale, per togliersi da quella situazione che sapeva di non riuscire a gestire. E nel momento in cui lei e Albert si erano materializzati sulla Grid, tutti i dubbi che la attanagliavano si erano dileguati. Ora lo riconosceva: la posa che assumeva quando stava in piedi, fermo, il modo in cui muoveva la testa e camminava.

Era quello Albert, quello vero, quello che viveva insieme a lei ore indimenticabili sulla Grid. Non il giovane dai radi capelli biondi che se ne stava sdraiato a un metro da lei nei sotterranei del Maze. Di quest’ultimo RUE non sapeva quasi niente, e forse neppure le interessava di conoscerlo. Andare al Maze di persona non era stata una buona idea, dopotutto…

“BARNEY RUBBLE IS ONLINE” visualizzò il suo schermo in quel momento e, come succedeva ogni volta, qualche secondo più tardi le arrivò la chiamata di Albert per raggiungerlo nel suo spazio personale. Scacciando dalla mente con uno sforzo l’immagine di un giovane biondo e con gli occhiali che le tendeva la mano con un sorriso timido, RUE accettò il teletrasporto e si smaterializzò dal suo spazio personale, con il cuore che già le batteva all’impazzata. Chissà dove l’avrebbe portata, quella sera, il suo incredibile amico Albert. Di una cosa era sicura: anche quella notte avrebbe fissato il soffitto, pensando con nostalgia alla sua seconda vita sulla Grid.